L’amore nell’antica Grecia

L’amore negli antichi filosofi non è mai stato un concetto utopico come molti ritengono. Platone non ha negato la possibilità di un incontro carnale, il filosofo greco ha semplicemente spiegato che “per ognuno c’è qualcuno“.
Peccato che per la legge del tempo l’amore non fosse il caposaldo dell’unione coniugale. L’obiettivo primario era bensì garantire l’ereditarietà di un certo titolo o di alcuni privilegi. Pochi i casi prediletti di vero “amor” dal latino a- (senza) mors (morte).
In realtà la morte fu uno dei più importanti “topoi” della cultura antica, morte come riconoscimento di una dignità, morte come accettazione della “passio” (l’etimologia greca e latina del termine riporta all’odierno: sofferenza). Spesso associato al furor (follia, perdita della ratio) l’amore è caposaldo della tragedia greca e del più spensierato amore latino. Tra tutti i migliori esponenti del sentimento sono Euripide e Catullo “odi et amo” per capirci. Nella filosofia storica (Lucio Anneo Aeneca) l’amore inizia ad entrare in un ottica più vicina a quella che sarà del cristianesimo.
Forse banali ma sicuramente espicativi sono alcuni esempi di “amor antiquus” o di agapè (tesoro in greco) Tutt’oggi ti amo in grecia si dice s’agapò= se agapo : ti (se) agapo (amo); del resto fileo significa troppo per essere sempilce amore/agapè.

Gli esempi

  • Achille e Patroclo… Ebbene il loro amore fu viscerale…
  • Penelope e Ulisse… Stateci voi a tessere per 10 anni in attesa del gran ritorno!
  • Era che perdona tutto a Zeus
  • Orfeo che non resiste a guardare la sua amata Enea che fugge dalle fiamme di una Troia lesa con in braccio suo padre (pietas) .
  • Quella poverina di Didone che preferì morire piuttosto che vivere senza l’eroe fondatore della dinastia Giulia.
    Alla fine di una lista che potrebbe divenire infinita il più grande esempio di amor restano loro: Ettore e Andromaca:

Andromaca è disperata perché Ettore deve tornare a combattere con Achille, Ettore corre ansioso verso la sua casa per vedere Andromaca e il piccolo Astianatte. Li trova presso le porte Scee. Qui, cerca di consolare la sua sposa piena di affanni per le passate sventure e presaga dei dolori che l’attendono; ella vorrebbe trattenere Ettore, poiché è certa che egli va incontro alla morte, poi si appresta ad abbracciare il loro pargoletto. Questi si mostra intimorito dall’aspetto del padre: inizialmente piange alla vista dell’elmo penzolante e dell’armatura di bronzo. Ettore e Andromaca, fra le lacrime, si lasciano scappare un sorriso per l’episodio buffo, lui si leva il copricapo, accarezza il figlio pregando il padre degli dei affinché vegli su di lui. Lo raggiunge Paride e insieme si recano al campo di battaglia, pur afflitto dal pensiero di quello che accadrà ai suoi cari quando egli non potrà più proteggerli.

Ettore splendido tese lei braccia a suo figlio… Spaventato alla vista del cimiero del padre risero i genitori, allora Ettore tolse l’elmo, baciò il figlio e chiese agli dei che diventasse il più glorioso dei troiani, che egli diventasse più glorioso del padre. E fá che la madre possa goderne. Mise il figlio tra le braccia odorose della madre che rideva e piangeva: mia cara nn affligerti troppo, ognuno è figlio del suo destino.

“Iliade libro VI vv. 440-529”

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